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L’egiziano,
Circe, Polimnia, Idomeneo, la bocca della verità, Litosofo, Cicisbeo, Omero, Orafo, Glaux, Francesco di Paola, Ungaretti,
….
Sono lì nella terra, nel letto del fiume, tra l’erba, montagne di pietre, pietre corrose dal vento e dall’acqua che svettano nei cieli tersi della Lucania, tra le terre rosse della Calabria, negli antri della Puglia, tra la salsedine della Campania….
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Lunghi percorsi,
strade, sentieri, arse terre di pietre, strapiombi, calanchi, una lunga ricerca
durata più di quarant’anni ha visto Giuseppe Antonello Leone
aggirarsi per ore sotto il
sole e tra le pause del sole nei letti dei fiumi, tra le pietre rotolanti dei
torrenti, sulla vetta di Massa di Maratea là dove il mare tocca il cielo e dove
un fiore raro cresce tra le rocce, là dove nasce un sogno di
museo della pietra…
Trentatré, gli anni di Cristo, dovevano essere trentatré pietre scolpite dal tempo e dallo scalpello e sono di più, molte di più nello studio di Giuseppe Antonello Leone, pronte per ritornare ad essere viste dagli occhi della gente, forgiate dallo scalpello che fa emergere le forme, i pensieri che erano già lì pronti per essere rivelati, interpretati…
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”Perché
le pietre: spesso dimentichiamo, nella banca della nostra infanzia, di aver
toccato la terra, la sabbia, la piccola pietra; la pietra!…Arrampicandomi per
le montagne intorno a Moliterno, Tramutola, Marsicovetere, tra migliaia di
pietre una mi venne incontro. Era
un fantasma in cerca di aiuto, non voleva più stare in quel luogo, voleva
venire in città. Quella pietra sembrava sdegnata
di me che mi tormentavo a cercare il “segno altro” nella spazzatura
della metropoli. Mi sembrò di udire: “Cerca nella spazzatura di Dio, dove,
senza profanare la sacra legge, troverai un pensiero altro dell’Universo; esso
si annida nella materia che vuole
svelarsi. … Così, fu tutto un correre per cave, torrenti, montagne, lungo
l’Agri, l’Ofanto, il Cervaro: soste a Matera, a Maratea, Orsara, Ariano
Irpino, Atena Lucana, Brienza, Cento Santi
lungo il Bradano… Dovevo dar voce a quel silenzio.
Martello
e scalpelli e, via, via, scalpelli sempre più resistenti per togliere
il ”soverchio” alle mie pietre erranti; lavoro duro e rischioso per tener
fede all’estetica e al colloquio.
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Imbattersi
con materiale di diversa natura come calcite, conglomerati arenari e silicei,
silice, ossidiana, graniti e mantener fede al segnale rivelato volta per volta
dalle stesse pietre; entrare nella
molteplicità espressiva, sottolineare la diversità della “superficie” come
dato emotivo e non errare nell’intervento, è stato per me il punto fermo al
fine di non alterare la parte che si è rivelata la mia interferenza di scultore
e, insieme, completare, così, l’armonia che si va a creare con un gesto: il
trapasso da una storia di silenzio a una storia di colloquio….
Per
far coincidere il rapporto del mio fare con la “caparbietà delle mie pietre,
in alcuni casi sono ricorso all’abrasione veloce o a quella lenta con acqua a
pietre quarzifere.
Ho raggiunto , così, l’identità e la pace con le mie pietre, sottraendole dal vagabondaggio di fiumi, cave e torrenti unendole per un colloquio di trentatrè voci.“
(Giuseppe Antonello Leone da Eretico, Colonnese Editore,
gennaio 1993)
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